Portava in testa un gran cappello di paglia, teneva in grembo un paniere di fiori, e il mondo la conosceva come Beppa la Fioraia. Stava fuori della stazione, nelle strade del centro, all’ingresso dei teatri, davanti ai caffè più mondani, rivolgeva la parola ai passanti – chiamandoli con curiosi, confidenziali, sia che fossero popolani o principi, caporali o generali – e i passanti la rivolgevano a lei.

Beppa la Fioraia fu la testimone di un secolo, di tutto ciò che accadde per le strade di Firenze nel corso dell’Ottocento: l’avvenimento politico, la cerimonia, la festa, la processione il corteo, il concerto della banda, l’arrivo e la partenza di un personaggio, la discussione, l’incidente, il fatto curioso, la nascita e la fine di un amore.
Dette i suoi mazzolini di fiori a Ferdinando III, a Leopoldo II e a Maria Antonietta sua moglie, alla principessa che andava sposa, ai cospiratori, agli ufficiali della guarnigione austriaca (glieli dava però bianchi e rossi, con un po’ di foglie verdi intorno), ai signorie alle signori delle grandi famiglie fiorentine, ai milords che abitavano sulle colline della città, ai pittori che avevano lo studio intorno a piazza Donatello, ai funzionari piemontesi calati negli uffici di Firenze capitale, ai cavalleggeri che avevano appuntamento con la balia importata dal Friuli, all’amico negoziante, all’amico fiaccheraio.

Beppa conosceva tutto e tutti e, in vecchiaia, si rivolgeva ai giovani rampolli delle grandi casate con la familiarità che le derivava dal sapere “vita morte e miracoli” di ciascuno di loro, dall’avere conosciuto anche i padri e le madri e dall’avere venduto fiori anche ai nonni e alle bisnonne.

“Delle fioraie” – scriveva Ugo Pesci, giornalista 1848 – 1908 – “sopravviveva la sola Beppa,
già avanti negli anni, ed oramai senza più alcuna ‘hardiesse joyeuse’ [letteralmente ‘gioiosa audacia’], se pure non si vuole intendere con questa frase
l’abitudine di chiamare ‘zelindino mio’ tutti quanti, anche Vittorio Emanuele, cui la Beppa offriva invariabilmente un mazzo di fiori ogni quante volte egli partiva o arrivava con la strada ferrata. Altre fioraie fecero la loro comparsa, effimera o duratura: ma nessuno osò contrastare alla Beppa la giurisdizione del Caffè Doney…”.

Per tutti era Beppa, ma per l’anagrafe era Giuseppina Caciotti, maritata e poi vedova Mannucci, nata all’inizio del secolo, nel 1809. Aveva sempre abitato fuori Porta San Frediano, ma in vecchiaia, con un po’ di risparmi, si fece una casa fuori Porta Romana. Lì morì, a 82 anni, il 6 febbraio del 1891. Con lei finì, si può dire, l’Ottocento dei fiorentini... Un altro personaggio che pochi o nessuno ricorda più… peccato”

Con il nostro lavoro quotidiano e l’esempio che fu della fioraia, speriamo di negare il finale un po’ triste di questo frammento. Siamo certi che in ogni Firenze passata e futura, ci sarà sempre una Beppa a regalarci un sorriso ogni giorno.


Grazie a http://firenzemia.webnode.it/ per questa storia.